L’argento di Palermo e Messina
L’argento siciliano si data dai punzoni civici: l’aquila di Palermo, la croce coronata di Messina, il DUI di Trapani, poi la testa di Cerere usata in tutta l’isola dal 1826.
L’argento siciliano è un prodotto civico. Il metallo è garantito da un punzone di città, non da un motivo da souvenir dell’Etna o da un triscele cesellato sul corpo. Palermo usava un’aquila. Messina usava una croce coronata. Catania usava un elefante. Trapani usava una corona, una falce e le lettere DUI. Quei punzoni, insieme alle iniziali del console e alla cifra del maestro, sono il metodo di datazione. Lo stile è secondario.
Prima del 1872 non c’era un unico punzone italiano. La Sicilia gestiva le proprie maestranze sotto il dominio aragonese, spagnolo, sabaudo e borbonico. Il sistema dell’isola non è quindi una variante provinciale dell’argento napoletano né dei punzoni di saggio papali romani. È una sequenza separata di bullae cittadine che si chiude, per tutta l’isola, con il punzone a testa di Cerere del 1826. Dopo quella data valgono i successivi punzoni nazionali dell’argento italiano, come altrove.
Palermo: aquila, console, maestro
La maestranza degli orefici e degli argentieri di Palermo fu istituita il 12 maggio 1447, sotto Alfonso il Magnanimo, re d’Aragona. Il punzone di garanzia era un’aquila, emblema della città, sopra le lettere oggi trascritte RVP o RUP, per Regia Urbs Panormi. I cataloghi del Tesoro del Duomo di Palermo usano entrambe le letture su oggetti diversi. Il punzone è la garanzia civica, non un’impresa di maestro.
Tre punzoni sono la regola palermitana nel Settecento. La bulla di garanzia è l’aquila. Il console dell’arte, eletto ogni giugno, batteva le proprie iniziali e una data d’anno, di solito due o tre cifre. Il maestro batteva le proprie iniziali, talvolta con una piccola impresa. Il punzone del console non cambiava al capodanno civile. Correva dal giugno dell’elezione al giugno successivo. Gaspare Leone, documentato come console degli argentieri dal 10 luglio 1765 all’8 luglio 1766, è il tipo: un calice e una patena in collezione privata portano l’aquila, il maestro AG e GL65.
La posizione delle ali data l’aquila. Fino al 1715 l’uccello è mostrato con le ali abbassate. In quell’anno il punzone fu reinciso con le ali alzate, per corrispondere all’aquila sabauda di Vittorio Amedeo II, re di Sicilia dal 1713. Un ostensorio con fenice nel Tesoro del Duomo, datato 1735, è catalogato con l’aquila in volo alto, le lettere RVP e AG735. Un ostensorio del 1739 nello stesso tesoro porta l’aquila in volo alto trascritta RUP e GCA38, letto come Giovanni Costanza, console nel 1738–39. Un reliquiario di Santa Rosalia datato 1802 porta SC802, letto come Salvatore Calascibetta.
Oro e gioie non furono sotto la stessa regola fino al 1758. L’editto del viceré Fogliani estese il punzone di garanzia agli oggetti d’oro e ai gioielli che prima uscivano dalla bottega non punzonati. L’argento già nei tesori di chiesa può quindi precedere quell’editto anche quando le montature d’oro posteriori non lo fanno.
La corporazione teneva i propri statuti in un manoscritto dei Capitoli recuperato da Maria Accascina nella Biblioteca Comunale e poi riesaminato da Silvano Barraja. Barraja datò anche il Monte degli orafi e argentieri, la cassa mutua del mestiere, al 1594. Le botteghe si addensavano in Via dell’Argenteria Nuova e in Piazzetta Meli, il cosiddetto quadrilatero delle maestranze. La maestranza stessa fu soppressa il 13 marzo 1822.
L’argenteria palermitana del Settecento tende a portare l’ornato sulla struttura. Salvatore Serio, nella dissertazione del 2015 all’Università di Palermo sull’argento messinese, contrappose quel rococò palermitano, che può alterare il profilo di un calice o di una lampada, all’abitudine messinese di tenere l’architettura del vaso e di applicare rocaille, graticcio e conchiglia come superficie.
Messina: croce coronata e la peste del 1743
Il punzone di città di Messina è una croce in uno scudo coronato, con M e S ai lati, per Messinensis Senatus. Nella prima metà del Settecento il sistema usava quattro punzoni: la bulla civica; le iniziali del console seguite da C; una data separata di due o tre cifre; e le iniziali del maestro. Dopo la peste del 1743, che svuotò la città e fermò la produzione, le opere superstiti mostrano tre punzoni: lo scudo civico, le iniziali del console combinate con le ultime due cifre dell’anno di carica, e il maestro. Quel sistema a tre punzoni durò fino alla soppressione delle corporazioni.
La bottega Juvarra è il caso messinese documentato che i collezionisti incontrano in letteratura. Pietro Juvarra, argentiere, fornì candelieri al duomo e, nel 1653, firmò PET IUV su un reliquiario a braccio nel tesoro della cattedrale. Il figlio Filippo, nato a Messina nel 1678, si formò in quella bottega prima di diventare architetto. Tra le opere precoci associate al giovane Filippo ci sono un calice del 1695, due ostensori del 1697 e del 1700 per la chiesa delle Giummare a Sciacca e per San Giorgio a Modica, otto candelieri del 1698 e due maggiori del 1701 per il Duomo di Messina. Accascina assegnò un paliotto del 1700 in San Filippo Neri a Castroreale, punzonato AFC 1700 FLIV, ad Antonio Fucili come console e a Filippo Juvarra come maestro. La critica successiva tratta alcune di quelle identificazioni come letture di punzoni, non come contratti firmati. La biografia Treccani della famiglia resta il controllo per le commissioni documentate di Pietro.
Christie’s ha catalogato lo stesso sistema civico sull’argenteria minore. Una croce processionale del Seicento data ad Antonio Dominici aveva una figura di Cristo posteriore che copriva un corpus inciso originale, con San Sebastiano sul rovescio, alta 27 cm, 228 g. Un calice messinese del 1755 portava il console G.C. e il maestro P.L.: piede circolare tripartito con cartelle sacre, balaustro triangolare con gli Strumenti della Passione, tralci di vite in rocaille sulla coppa, alto 30 cm. Quelle misure e la sequenza a quattro o a tre punzoni sono più utili di un «barocco siciliano» da antiquario.
Catania, Trapani e le bullae minori
Catania punzonava un elefante, emblema della città, spesso con la lettera A per Agata, la patrona. Un calice catalogato dall’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione come bottega catanese porta l’elefante sull’orlo del piede, il punzone consolare CMC99 e il maestro AG. L’elefante non è un’aquila palermitana letta male.
Trapani usava un’altra formula civica. Dal 1614 fino alla riforma del 1826, l’argento fatto in città si batteva con una corona, una falce e le lettere DUI, per Drepanum Urbs Invitissima. L’argento più antico sui gruppi dei Misteri della Settimana Santa di Trapani, una croce e un calice per il Gesù nell’orto, appartiene al 1612–1631 e porta quella bulla da sola. Nel 1771, sotto il console Dionisio Porrata, le lettere civiche compaiono come CUD, Clarissima Urbs Drepanum. I pezzi posteriori portano IUD, Invictissima Urbs Drepanum, o UDI, Urbs Drepanum Invictissima, sotto una corona ampliata. Dopo il 1826 la bulla di città scompare. Dai primi anni 1830 la testa di Cerere con un numerale arabo per il titolo marca l’argento siciliano indipendentemente dalla città, insieme al maestro e al saggiatore.
I marchi delle argenterie e oreficerie siciliane di Accascina (Bramante, 1976) resta il corpus di questi punzoni, con capitoli su Palermo, Messina, Catania, Trapani, Acireale e Siracusa. I marchi degli argentieri e orafi di Palermo di Barraja (seconda edizione 2011) è il repertorio palermitano. Ori e argenti di Sicilia di Maria Concetta Di Natale (Electa, 1989) è il catalogo di mostra che ancora organizza i confronti museali.
Argenteria di chiesa: su che cosa stanno i punzoni
La maggior parte dell’argento siciliano antico superstite è liturgica. Le commissioni di parrocchia e di cattedrale produssero calici, patene, ostensori, pissidi, croci processionali, paliotti, lampade pensili e reliquiari in forma di busto, di braccio e architettonica. I servizi da tè di tipo inglese sono scarsi prima dell’Ottocento.
Il Tesoro del Duomo di Palermo è il gruppo di riferimento pubblico. Circa settanta opere di oreficeria furono rilevate per la conservazione da Iolanda Di Natale per l’Osservatorio per le Arti Decorative in Italia. Vanno dal XII secolo alla prima metà dell’Ottocento, con pezzi palermitani, spagnoli, lombardi e romani mescolati. Le sale, nella Sagrestia dei Canonici, nella Cappella del Tesoro e nel Diaconicon, furono riallestite nel 2006 e riordinate di nuovo nel 2019.
Tra gli orefici palermitani nominati in quel tesoro c’è don Camillo Barbavara, documentato 1627–1662, autore del calice gemmato donato dal canonico Giovan Battista La Rosa e Spatafora prima del 1637. Michele Ricca (1633–1650) e Giovanni Duro (1734) fecero pissidi. Agostino Natoli e Salvatore Mercurio firmarono un ostensorio del 1775 con smalti, rubini e diamanti, punzonato con l’aquila in volo alto, i punzoni consolari AC74 e DCA74 (Andrea Cipolla e don Cosma Amodei, 1774–75) e l’AN di Natoli. Francesco Burgarello, attivo 1752–1782, fece la Gioia del Santo Costato. Domenico La Villa punzonò un ostensorio del 1771 con DLV e NG7, Nunzio Gino console 1771–72.
Le tecniche sono quelle di una bottega di argenteria, non del solo banco di un gioielliere: sbalzo e cesello su lastra, fusione per piedi e figure, filigrana su ampolline e su alcuni ostensori, saldatura forte. Granulazione e incastonatura di gemme compaiono sul lavoro degli orefici. Un piatto palermitano per il Seder del tardo Seicento, oggi al Museo U. Nahon di Arte Ebraica Italiana a Gerusalemme, mostra che gli stessi punzoni civici servivano l’argenteria rituale ebraica: aquila con R.V.P., e FCG, letto da Accascina come Francesco Gargano, al lavoro con Gaetano Signorelli (GS, 1677). Diametro 48 cm.
La testa di Cerere, 1826–1872
Francesco I delle Due Sicilie emanò un decreto regio il 14 aprile 1826. Le Officine di Garanzia sostituirono i consoli delle corporazioni. Si richiedevano tre punzoni: il maestro, il saggiatore e un punzone di garanzia con la testa di Cerere e un numerale per il titolo del metallo, identico in tutta la Sicilia. I cataloghi eruditi dei calici posteriori trattano i numeri 1–6 come oro e 7–10 come argento, con 8 letto come 800/1000. L’aquila palermitana, la croce messinese, l’elefante catanese e il DUI trapanese escono tutti di scena.
Un punzone a testa di Cerere data quindi un oggetto dopo il 1826 e, nell’uso ordinario, prima della legge di punzonatura del Regno d’Italia del 1872. Non nomina la città. Giacomo D’Angelo di Palermo continuò a firmare GDA, aggiungendo più tardi un piccolo angelo come impresa di fabbricante richiesta dal nuovo ufficio, su un servizio da lavabo a San Martino delle Scale e su calici delle Madonie che portano anche Cerere e il numerale 8. Esistono oggetti ibridi. Un calice feriale a Petralia Soprana riusa una coppa settecentesca che porta ancora l’aquila di Palermo, un maestro DD e C41 per un consolato dal 26 giugno 1741 al 26 giugno 1742 letto come Gaspare Leone, con una Cerere 8 posteriore sulla stessa coppa.
Dopo il 1872 le botteghe siciliane usarono i punzoni nazionali, prima facoltativi poi obbligatori, discussi nella guida ai punzoni dell’argento italiano. Un losanga 925 o 800 con un numero di provincia non è una bulla civica. L’argento fiorentino attraversò una propria sequenza granducale negli stessi decenni. Non leggete un leone fiorentino come un’aquila palermitana, né una Partenope napoletana come una croce messinese.
Lavoro posteriore, restauri e ciò che manca
L’argenteria «siciliana» non punzonata, con un cammeo di lava o una cartella dipinta del porto di Palermo, è spesso lavoro turistico posteriore. I punzoni civici stanno sull’orlo del piede, sul rovescio di una patena, sullo stelo di un ostensorio o sul rovescio della calotta di una lampada. Sono piccoli. Servono una torcia e una lente. I piedi rifusi perdono la bulla originale.
Figure di Cristo posteriori, nodi sostituiti e dorature rinfrescate sono ordinari su croci processionali e calici rimasti in uso. La croce Dominici di Christie’s è il caso pubblicato: un corpus successivo che copre l’originale inciso. Registrate la giunzione. Non datate l’intero oggetto dalla figura aggiunta.
Lo stato segue l’uso di chiesa. Le ammaccature si raccolgono al piede. Il sego delle candele sta nel cesello. La corrosione attiva nelle anime di rame e nei perni di ferro chiede un intervento. Il peso in grammi, l’altezza e la posizione di ogni punzone appartengono alla nota di catalogo. La legge italiana sui beni culturali può richiedere una licenza di esportazione per gli arredi storici di chiesa. È una questione separata dalla qualità del metallo.
I punzoni restano l’argomento. Un’aquila su RVP o RUP, una croce messinese coronata, un elefante catanese, un DUI trapanese o una testa di Cerere con un numerale dateranno l’argento siciliano più strettamente di qualsiasi aggettivo regionale nel titolo di un antiquario.
FAQ
Come si distingue l’argento di Palermo da quello di Messina?
Dal punzone civico. Palermo usava un’aquila su RVP o RUP. Messina usava una croce in uno scudo coronato con M e S. Le sole iniziali del maestro non nominano la città.
Che cosa significa una testa di Cerere sull’argento siciliano?
È la garanzia per tutta l’isola introdotta dal decreto del 14 aprile 1826. Sostituì le bullae di città. Il numerale dà il titolo. Non identifica Palermo, Messina, Catania o Trapani.
Filippo Juvarra fece argento?
Si formò nella bottega messinese del padre Pietro ed è associato all’argenteria ecclesiastica precoce degli anni 1690 e del 1701. La carriera successiva è l’architettura. Trattate le identificazioni di punzone pubblicate da Accascina come attribuzioni, salvo che sopravviva un contratto.
I servizi da tè sono tipici dell’argento siciliano antico?
No. La sopravvivenza documentata è in modo schiacciante ecclesiastica: calici, ostensori, croci, lampade, paliotti, reliquiari. I servizi domestici diventano più comuni dopo la riforma del 1826 e sotto il sistema nazionale.
L’argento siciliano si può confondere con quello napoletano?
Sì, specie sui calici rococò non punzonati. Napoli usava i punzoni NAP e Partenope. La Sicilia usava gli emblemi di città. La storia politica borbonica è condivisa. I sistemi di saggio no.