Firenze punzonava l’argento sotto un sistema di arti molto prima che l’Italia avesse un punzone nazionale. I collezionisti incontrano ancora quella storia come una sequenza di garanzie locali: il leone passante ovale dell’Arte della Seta, un marchio di garanzia del titolo legale granducale usato dal 1832 al 1872, poi, dopo l’unificazione, i punzoni facoltativi del Regno e le losanghe numerate FI del Novecento. Datare l’argento fiorentino significa leggere quei punzoni contro la costruzione, non trattare ogni giglio fiorentino su un corpo come un marchio di saggio.

Il giglio civico compare spesso come incisione o come impresa di monogramma. È un emblema di città. Non è, da solo, prova di una data o di un titolo. Per il quadro nazionale più tardo del titolo 800 e del 925, si veda la guida ai punzoni dell’argento italiano. Napoli e Venezia usarono segni di città diversi e abitudini di titolo diverse; quei sistemi sono mappati nelle note sui punzoni dell’argento napoletano e sull’argento veneziano.

Il controllo dell’arte e l’Arte della Seta

Orafi e argentieri della Firenze medievale e della prima età moderna erano iscritti all’Arte di Por Santa Maria, più tardi chiamata Arte della Seta dai mercanti di seta che finirono per dominare la corporazione. La casa dell’arte sorgeva dal 1377 in via di Capaccio, presso il palagio di Parte Guelfa. Gli statuti coprivano non solo la seta ma i battilori che battevano oro e argento in filo, e gli orafi che condividevano lo stesso tetto corporativo.

Il granduca Pietro Leopoldo di Asburgo-Lorena soppresse le Arti fiorentine nel 1770. La pratica del saggio non svanì con la corporazione. Il corpus di riferimento, Argenti fiorentini dal XV al XIX secolo. Tipologia e marchi di Dora Liscia Bemporad (Firenze, S.P.E.S., 1992–1993), ricostruisce le regole di punzonatura dagli statuti trecenteschi attraverso il Granducato lorenese e stampa tavole dei punzoni. Il volume I comprende il suo saggio sulla legislazione fiorentina dei marchi. Qualsiasi nome di bottega offerto in una nota di vendita va controllato contro quel corpus, o contro una scheda ICCD che lo cita, prima di trattarlo come certo.

Il leone passante ovale, 1762–1781

Un ostensorio del 1781, catalogato dall’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD) e oggi a Pistoia, porta tre punzoni sotto il piede. I catalogatori identificano la garanzia come il leone passante in campo ovale dell’Arte della Seta di Firenze, in uso dal 1762 al 1781 (Argenti fiorentini, I, p. 344, no. 17). Le lettere ZB corrispondono a Zanobi Biagioni (ibid., I, p. 396, no. 155 a); su questo oggetto lo stesso punzone si legge come probabile saggiatore piuttosto che come fabbricante. Un terzo punzone, forse CC, resta non letto.

La fascia di date è utile perché scavalca la fine formale dell’arte. Una garanzia a leone passante su un pezzo altrimenti tardo rococò o primo neoclassico può ancora essere lavoro fiorentino degli anni 1760–80. Non è un marchio di corte medicea, e non è il punzone di titolo granducale più tardo degli anni 1830.

Zanobi Biagioni è documentato in modo indipendente come argentiere fiorentino attivo nel 1758–1803. Una caffettiera piriforme del 1770 circa, venduta da Cambi, è fusa, cesellata e alzata, alta 32 cm, 1,330 g, e pubblicata in Liscia Bemporad, volume 3, p. 685. Il corpo porta un monogramma di L incrociate che racchiude un giglio fiorentino. Quel giglio è decorazione incisa. La datazione poggia sul punzone pubblicato e sulla forma, non sul fiore civico.

Marchio di titolo granducale, 1832–1872

Dopo la restaurazione lorenese, Firenze usò una garanzia del titolo legale che i catalogatori ICCD trattano come diagnostica per il 1832–1872. Un vassoio ovale da ampolline nel complesso della cattedrale fiorentina è datato a quella finestra dalla presenza del marchio; lo stile restringe poi il pezzo alla prima metà dell’arco, circa 1832–1849. L’orlo usa palmette in archi ogivali, un’abitudine decorativa che gli orafi fiorentini presero dai modelli Impero. L’ICCD nota il ruolo dell’argenteria commissionata a Martin-Guillaume Biennais da Elisa Bonaparte Baciocchi, granduchessa di Toscana, e in seguito restaurata sotto la corte lorenese.

La letteratura specialistica dei punzoni (ASCAS / silvercollection.it) registra il punzone fiorentino di questo periodo come garanzia per 792/1000. È un titolo locale, non il titolo sterling e non il titolo 800 nazionale più tardo. Non si «promuova» un pezzo granducale al 925 perché un annuncio moderno preferisce quel numero. Se il punzone è consunto, lo si dica. Non si inventi una lettura 792 da un contorno mezzo battuto.

Un piatto da parata del 1851 nella stessa serie ICCD, con orlo a palmette e una corona dedicatoria, porta un punzone di fabbricante non identificato: la lettera S sotto una stella. L’attribuzione nominale si ferma lì. La data è sull’oggetto; la bottega no.

L’argento italiano preunitario di questa qualità è scarso sul mercato. Quella scarsità è esattamente la ragione per cui le botteghe più tarde copiarono forme di punzone più antiche.

Dopo il 1872: saggio facoltativo e i numeri FI

La legge del 2 maggio 1872 chiuse gli uffici preunitari e rese facoltativa l’ispezione ufficiale. La maggior parte degli argentieri italiani batteva allora solo un 800 non ufficiale e, a volte, un marchio personale. Le forme di quell’800 variano. Un 800 isolato su un oggetto fiorentino dopo il 1872 non è una garanzia granducale.

La legge 5 febbraio 1934, n. 305, impose una losanga uniforme del fabbricante: un numero di registrazione, il fascio e un codice di provincia di due lettere, accoppiati a un ovale 800 o 925. Dopo il 1944 il fascio fu tolto dalla stessa losanga. La legge 30 gennaio 1968, n. 46, e il D.P.R. 30 dicembre 1970, n. 1496, la sostituirono con un punzone poligonale: una stella a sinistra, il numero e la provincia. I titoli ammessi sono 925, 835 e 800 in un ovale. Firenze è FI.

Due registrazioni fiorentine compaiono abbastanza spesso da valere la pena di impararle:

  • FI 114: F.lli Peruzzi, Ponte Vecchio. La ditta fu fondata nel 1880 da Giuseppe Peruzzi; una filiale di Boston operò dal 1910 al 1973. Il numero è fra le registrazioni fiorentine più antiche.
  • FI 283: Brandimarte s.r.l., registrata il 1 aprile 1968. Brandimarte Guscelli (1930–1994) aprì la bottega nel 1955 a San Frediano. Le schede ICCD su ampolline ecclesiastiche più tarde annotano un marchio a lettera e una testa di san Giovanni Battista accanto ai punzoni ufficiali. La casa è nota per l’argento da tavola battuto a mano, non per le forme settecentesche.

Una losanga o un punzone a stella e numero con FI data la registrazione del fabbricante, non lo stile del corpo. Candelieri di revival del 1970 possono sembrare «Impero». Si legga prima il marchio ufficiale.

Che aspetto ha l’argento

L’argenteria liturgica è la spina dorsale della sopravvivenza fiorentina documentata: calici, ostensori, ampolline, secchielli per l’acqua santa. Le forme domestiche che arrivano sul mercato comprendono caffettiere, candelieri, vassoi e servizi da tavola più tardi. Il lavoro settecentesco è spesso alzato e cesellato, con acanto, corpi piriformi costolati e beccucci applicati. Il lavoro del primo Ottocento si appiattisce verso l’Impero: fondi lisci, bordi a palmetta, armi incise. Un calice ottocentesco dei fratelli Scheggi nel Museo Nazionale del Bargello è un esempio datato di quella produzione liturgica più tarda.

La costruzione dice più di un singolo punzone nitido su un coperchio sostituito. Si guardi il colore della saldatura al piede e al manico, lo spessore della lastra e l’usura su levette e orli del piede. Un coperchio che non condivide la serie di punzoni del corpo è un restauro finché non si prova il contrario. Il rame argentato per galvanica con un timbro 800 successivo è un oggetto diverso dall’argento alzato di 792 o di titolo 800.

Il lavoro fiorentino di pietre dure degli stessi secoli è un mestiere a parte. La Galleria dei Lavori, fondata da Ferdinando I de’ Medici nel 1588 e più tardi Opificio delle Pietre Dure, produsse stipi di ebano e montature di bronzo dorato sotto Giovanni Battista Foggini (1652–1725). Lo Stipo dell’Elettore Palatino (1709) a Palazzo Pitti è quella bottega, non un servizio da tavola in argento. Per il versante delle pietre dure della stessa corte, si veda la pietra dura fiorentina.

Il Tesoro dei Granduchi non è un censimento dell’argenteria locale

Il Tesoro dei Granduchi a Palazzo Pitti, già Museo degli Argenti, occupa l’appartamento estivo mediceo, affrescato nel 1637 per le nozze di Ferdinando II e Vittoria della Rovere. Il tesoro mediceo in vista è soprattutto vasi in pietre dure, cristallo di rocca, ambra e avorio. L’argento esposto viene in larga parte dal cosiddetto Tesoro di Salisburgo, le collezioni dei principi-vescovi di Salisburgo portate a Firenze da Ferdinando III di Lorena. I visitatori che si aspettano una parete di caffettiere fiorentine punzonate non ne troveranno una. Si usi il museo per il contesto di corte. Si usino Liscia Bemporad e le schede ICCD per i punzoni.

Le botteghe che fanno ancora argento in Oltrarno e sul Ponte Vecchio stanno nelle stesse strade dei mestieri del mobile e del mosaico. La guida antiquaria di Firenze a piedi mappa quei quartieri; non sostituisce una fotografia del punzone.

Falsi e pseudopunzioni

Dalla metà del Novecento alcune fabbriche italiane aggiunsero punzoni dall’aspetto preunitario accanto all’800 legale e alle losanghe, come decorazione storicista. L’ASCAS documenta la pratica soprattutto sulle forme lombardo-venete e pontificie; è registrato anche un caso fiorentino. Fernando Genazzani di Firenze, 71 FI, attivo nel 1935–1944, batté un facsimile delle chiavi decussate pontificie su un portacera che porta anche la sua losanga del periodo fascista. Nell’esempio pubblicato il marchio moderno era stato nascosto sotto un’etichetta.

La frode, quando avviene, è di solito la rimozione successiva della losanga ufficiale, così che un oggetto degli anni 1950 è offerto come argento granducale o pontificio. Stile, peso e il contorno esatto del punzone dall’aspetto antico devono concordare. Una garanzia pulita del 1832–1872 su un corpo la cui cesellatura è uniforme da macchina e la cui saldatura è bianco brillante merita più fotografie, non una data più alta.

Come leggere un pezzo

1. Si fotografi ogni punzone in luce radente. Si registri la forma del contorno, non solo le lettere che si spera di vedere.
2. Si separino marchio di garanzia, saggiatore e fabbricante. Sull’ostensorio del 1781 sono tre punzoni diversi.
3. Si collochi l’oggetto in un regime: leone passante ovale (1762–1781); titolo legale granducale (1832–1872, 792/1000 nella letteratura specialistica); 800 non ufficiale dopo il 1872; losanga con FI dal 1934; stella e numero FI dal 1968–70.
4. Si controlli la costruzione: giunti, spessore, usura, coperchi e piedi sostituiti.
5. Non si tratti un giglio inciso come un punzone.
6. Si nomini una bottega solo quando il punzone corrisponde a un corpus fiorentino pubblicato (Liscia Bemporad per i secoli anteriori; i registri nazionali per i numeri FI).

Errori comuni: leggere qualsiasi 800 italiano come granducale; datare solo dalla silhouette; confondere una brocca battuta Brandimarte degli anni 1960 con un’alzatura settecentesca; presumere che la collezione del Tesoro dei Granduchi sia argenteria locale.

FAQ

Qual è il titolo «tipico» dell’argento fiorentino?
Per la garanzia del 1832–1872 i censimenti specialistici dei marchi danno 792/1000. Dopo il 1872 il titolo usuale del commercio è il titolo 800; il 925 compare sotto le regole nazionali del 1934 e successive. Si legga sempre il punzone sull’oggetto.

Il giglio fiorentino è un marchio di saggio?
No. Il giglio è un emblema civico usato nell’incisione e in alcuni monogrammi decorativi. La garanzia documentata del Settecento è il leone passante ovale dell’Arte della Seta.

Che cosa significa FI su una losanga o su un punzone a stella?
Firenze. Il numero è la registrazione del fabbricante in quella provincia. FI 114 è Peruzzi; FI 283 è Brandimarte. Il numero data il sistema di registrazione, non lo stile storico della forma.

Perché sopravvivono così pochi servizi da tavola medicei?
Molta argenteria di corte fu fusa in successive crisi fiscali e politiche. Ciò che il Tesoro dei Granduchi mostra come «argento» è, per conto stesso del museo, in larga parte il tesoro di Salisburgo di Ferdinando III, non un servizio da tavola mediceo.

Come distinguo un pezzo granducale da un revival degli anni 1930?
La losanga del 1934 (e il punzone più tardo a stella e numero) deve essere presente sul lavoro legale del Novecento. Un corpo di revival senza quei marchi, o con i marchi abrasi, richiede l’occhio di uno specialista sui punzoni dall’aspetto più antico.

Conclusione

L’argento fiorentino si data dal regime di punzoni in vigore quando il pezzo fu saggiato, poi dalla costruzione. Si imparino il leone passante ovale del 1762–1781, il marchio di titolo granducale del 1832–1872 e i numeri FI del 1934 e del 1968–70. Si attribuiscano i fabbricanti solo quando iniziali o numeri di registrazione corrispondono a un corpus fiorentino pubblicato e l’oggetto concorda in data e in fattura. Il giglio sul corpo è decorazione finché un punzone di garanzia non dice altrimenti.