La maiolica di Urbino del Cinquecento è una terracotta a invetriatura stannifera dipinta, nei pezzi più ambiziosi, come un unico campo narrativo. I collezionisti chiamano quella copertura istoriato. Date e nomi di bottega stanno più spesso sul retro che sul diritto. La costruzione (colore dell’argilla, invetriatura, piede, forma) conferma poi l’iscrizione, oppure mostra che il pezzo è più tardo, restaurato, o di un altro centro del Metauro.

La grafia maiolica è il termine italiano per questa terracotta a invetriatura stannifera. Per il vocabolario inglese e italiano si veda maiolica italiana e majolica. L’istoriato urbinate non è lo stesso sistema del berettino e dei bianchi di Faenza, trattati nell’identificazione della maiolica di Faenza, né il repertorio derutese centrato sul lustro, nelle ceramiche di Deruta.

Corpo, invetriatura e ciò che il retro può mostrare

La ceramica di Urbino è una terracotta con un’invetriatura stannifera opaca usata come fondo della pittura, poi ricotta. Le argille chiare della valle del Metauro cuociono in un corpo fine color camoscio che non macchia attraverso lo smalto bianco. Cipriano Piccolpasso di Castel Durante (oggi Urbania), scrivendo a metà degli anni 1550 nei Li tre libri dell’arte del vasaio, descrisse la pratica locale dei forni costruiti in tufo e lo stagno importato necessario per l’invetriatura bianca. L’Inghilterra era la fonte consueta di quello stagno.

Si guardi prima il piede non invetriato o invetriato in modo sottile, e ogni scheggiatura all’orlo. Un piatto urbinate del Cinquecento mostra di solito un corpo color camoscio o un biscotto chiaro, non un gres grigio denso, e non il bianco spesso delle copie industriali più tarde. Il retro di un piatto istoriato è spesso più pallido e meno lavorato del diritto. Iscrizioni in blu, formule di bottega, date e richiami letterari stanno lì. Un retro interamente istoriato, o rivestito di un bianco moderno vetroso senza usura al piede, è un avvertimento.

Le forme comuni nei decenni ducali sono il largo piatto da pompa, il tondino (cavetto stretto, orlo largo), le fiasche da pellegrino con colli a vite o a tappo, le cisterne e i calamai modellati. Il calamaio di bottega Fontana del Victoria and Albert Museum (acc. no. 8400-1863), terracotta a invetriatura stannifera, circa 1550–60, è alto 38.1 cm e dipinto in blu, giallo, arancio brunastro, verde rame, viola di manganese, nero e bianco opaco. Una cartella sull’organo reca VRBINO. Quel nome di città è un marchio di luogo, non la firma di un pittore.

Nicola da Urbino: pittore, non Pellipario

I cataloghi più antichi chiamano ancora il principale pittore urbinate «Nicola Pellipario» e ne fanno il padre di Guido Durantino. Il lavoro d’archivio pubblicato da monsignor Franco Negroni nel 1985, oggi normale nelle biografie museali, identifica il firmatario di Nicola da Urbino con Nicola di Gabriele Sbraghe (anche Sbraga). Compare nei documenti urbinati dal 1520 come figulus (vasaio). Morì nell’inverno del 1537/38. La vedova affittò poi la bottega a Vincenzo, figlio di Giorgio Andreoli di Gubbio.

Nicola fu pittore oltre che titolare di bottega. Lo studio della sua mano poggia su cinque opere che portano il nome per intero o come monogramma. Un piatto del Bargello con il Martirio di santa Cecilia, datato 1528, è iscritto sul retro Fata in botega di guido da castello durante in Urbino 1528 e porta anche il monogramma di Nicola. Timothy Wilson ha pubblicato un altro piatto marcato con le parole Io niChola pinsitt («Io, Nicola, dipinsi questo»), il che stabilisce che il nome su quei pezzi è del pittore, non soltanto del proprietario.

Tre servizi non firmati gli sono in genere attribuiti sulla forza di quelle opere marcate. Il gruppo più antico, circa diciassette pezzi, è il cosiddetto servizio Correr, in gran parte al Museo Correr di Venezia, ed è fra i primi istoriati urbinati identificati, di solito collocato intorno al 1520. I soggetti comprendono Orfeo e la gara di Apollo e Marsia, dipinti in un’armonia più fredda di blu, giallo, verde e violetto.

Un secondo servizio fu fatto per Isabella d’Este, marchesa di Mantova. Il Metropolitan Museum of Art attribuisce la commissione alla figlia Eleonora Gonzaga, duchessa di Urbino, come dono. Se ne conoscono ventuno pezzi. Le armi di Isabella sono unite a quelle del marito, Francesco II Gonzaga. Un tondino della Lehman Collection (1975.1.1019) mostra la storia del re Mida sull’orlo e, nel cavetto, le armi di Isabella con tre delle sue imprese: un rotolo musicale, un candelabro con una sola candela accesa e biglietti di lotteria. Diametro 27.5 cm. Il museo lo data circa 1520–25. Un terzo servizio, un poco meno compatto, fu fatto per un membro della famiglia Calini di Brescia.

Fra i primi e la metà degli anni 1530, compreso il lavoro legato a Federico Gonzaga, duca di Mantova, e alle armi dell’alleanza Gonzaga–Paleologo del 1531, il disegno è spesso più corsivo e gli incarnati più rugginosi. I cataloghi museali trattano quei pezzi più tardi come collaborazione di bottega, non come un crollo della mano precedente.

Le fonti grafiche contano per la datazione. Nicola usò le xilografie dell’Ovidio veneziano del 1497 e, più tardi, composizioni di Raffaello trasmesse da Marcantonio Raimondi e da incisori affini. Inserì anche un’architettura rinascimentale severa e frontale. Quelle abitudini appartengono al campo urbinate degli anni 1520–30. Non sono prova di un Nicola autografo se il disegno è pesante e l’invetriatura gessosa.

Iscrizioni sul retro: Xanto Avelli

Francesco Xanto Avelli, di Rovigo, è il pittore urbinate i cui retri sono più utili ai collezionisti, perché ne firmò, datò e didascalizzò tanti. La biografia della National Gallery of Art colloca la sua prima menzione documentaria a Urbino nel 1530, in una controversia salariale fra interlaboratores e titolari di bottega (fra i titolari Guido Durantino e Nicola di Gabriele). Il suo primo piatto fermamente firmato è datato 1530 e marcato î Urbino, firmato .f.X.A.R. Si sposò a Urbino. Dopo il 1535 firmò con più parsimonia. Nel 1541 siglò un pezzo fatto nella bottega di Francesco de Silvano. Nessun lavoro datato successivo gli è attribuito con sicurezza.

Le formule tipiche svolgono F.X.A.R. come Francesco Xanto Avelli Rovigese. Treccani registra la riga intera Francesco Xanto Avelli da Rovigo in Urbino pinse. Palazzo Venezia (VIVE) pubblica un piatto con Esaco da Ovidio, retro: 1534. ESACO IN SMERGO NEL CASCAR CANGIOSSI. NEL LIBRO D’OVIDIO MET: F.X.A.R. IN URBINO. Egli etichettava i soggetti come fabula, historia, nota o virtù, e citava Virgilio, Ovidio, Livio, Petrarca e Ariosto. Il Corpus della maiolica italiana di Ballardini registrò circa un centinaio di pezzi datati dal 1530 al 1535, e circa ottanta altri fino al 1542.

Fu un pittore a contratto, non un titolare di bottega documentato. Un retro urbinate degli anni 1530 che nomina soltanto Xanto non nomina da solo la bottega che tornì e cuoce il piatto. Le note di tavolozza di Treccani restano pratiche: policromia intensa, figure contornate a bistro, blu, giallo, arancio rossastro, verde rame, viola, nero e bianco. Riutilizzava figure incise attraverso storie diverse, talvolta cambiando sesso o costume. Quel riciclo è un’abitudine di bottega, non di per sé un marchio di falso moderno.

L’istoriato di Xanto fu spesso finito con il lustro d’oro e di rubino associato a Gubbio. Treccani afferma che il marchio di Maestro Giorgio Andreoli non si trova insieme alla firma di Avelli. Dal 1532 molti pezzi lustrati di Xanto portano una lettera N, collegata nella letteratura a Vincenzo Andreoli, che più tardi prese in affitto la bottega urbinate di Nicola (1538) e divenne cittadino di Urbino nel 1544. Un cartiglio sul retro di tipo eugubino che sembra velare un’iscrizione blu in Urbino è un gruppo noto del 1531–33, discusso da J.V.G. Mallet; è un tratto d’epoca, non una regola di ridipintura posteriore.

Marchi della bottega Fontana

Guido Durantino (Guido di Nicolò Schippe), più tardi Guido Fontana, diresse la bottega urbinate dominante dagli anni 1520 fino alla morte, nel 1576. I documenti della National Gallery of Art lo collocano a Urbino entro il 1519. Nel 1523 egli e altri vasai contrattarono cinquemila mattonelle da pavimento per il duca Francesco Maria della Rovere. Nel 1535 la sua bottega ebbe il servizio per Anne de Montmorency. Entro il 1553 usava il cognome Fontana.

Le iscrizioni sul retro variano ma si raccolgono intorno a Nel Botega di Maestro Guido durantino (e simili). La lettura di Mallet, oggi largamente seguita, è che Guido fosse un vasaio-imprenditore, non un unico pittore identificabile. Più mani compaiono sotto una sola formula di bottega. Non si tratti «Fontana» su un’etichetta come un autografo di Orazio.

Orazio Fontana (c. 1510–1571) lavorò con il padre, poi aprì bottega propria nel 1565. Intorno al 1560 il circolo Fontana sviluppò grottesche su fondo bianco derivate dall’ornato parietale romano e dalle Logge vaticane di Raffaello, più tardi anche dalle Petites Grotesques di Jacques Androuet du Cerceau (Orléans, 1550). I medaglioni narrativi si restringono mentre cresce il campo bianco delle grottesche. Quello spostamento data un pezzo più tardi dell’istoriato a campo pieno di Nicola o del primo Xanto, anche quando il soggetto è ancora Ovidio.

Guidobaldo II della Rovere (duca 1538–1574) ordinò una grande credenza «spagnola» di soggetti cesariani da disegni di Taddeo e Federico Zuccari, completata entro il dicembre 1562 e imballata in dieci casse per Filippo II. Un bacile del V&A da un disegno degli Zuccari è associato a quel dono. Vasari, nella vita del 1568 di Battista Franco, lodò i vasi dipinti di Urbino come pari alla pittura a olio; Franco fornì disegni per servizi destinati a Carlo V e al cardinale Farnese. Quei documenti datano l’alto patronato ducale agli anni 1560. Non datano da soli una fiasca a grottesche non firmata.

Dopo la morte di Orazio la maniera Fontana continuò sotto il nipote Flaminio Fontana (documentato fino al 1591). Timothy Wilson ha mostrato che Antonio Patanazzi e la sua famiglia, parenti dei Fontana, usavano gli stessi stampi da circa il 1580 e negli anni 1590. Antonio firmò due grandi anfore da farmacia per Roccavaldina (Messina) nel 1580; una resta in loco, una è al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza. Morì il 24 maggio 1587.

Francesco Patanazzi produsse servizi istoriati e a grottesche negli anni 1590, comprese commissioni legate a Isabella Della Rovere, principessa di Bisignano (1593; un ulteriore contratto del 10 dicembre 1599). Alfonso Patanazzi firmava per esteso. Un piatto del V&A (2612-1856) con Romolo che riceve le Sabine è marcato sul diritto ALF.P.F. / VRBINI 1606 e sul retro ALFONSO PATANAZZI FECIT VRBINI 1606. Le sue figure sono più pesanti e più rigide del lavoro Fontana degli anni 1560. Quell’ispessimento è un indizio di datazione seicentesco, non un difetto di restauro.

Come Urbino differisce da Faenza e da Deruta

La sequenza faentina del Cinquecento comprende fondi berettino tinta di blu e, più tardi, i bianchi spessi con un disegno compendiario parco. L’istoriato urbinate degli anni 1520–40 copre di solito l’intero diritto in una policromia calda su un fondo bianco stannifero, con paesaggio e architettura trattati come un palcoscenico continuo. Il mercato collezionistico di Deruta è dominato dal lustro d’oro e di rubino su una tavolozza più limitata; il lustro urbinate, quando c’è, è di solito una finitura eugubina su un piatto urbinate già dipinto.

Una rassegna nazionale dei centri è nella guida al collezionismo della ceramica italiana. La si usi per la geografia. Si usi il retro del pezzo in mano per la data.

Castel Durante (Urbania) fornì vasai, argille e, in Piccolpasso, la letteratura tecnica. «Durantino» in una firma significa origine o formazione in quella città, come per Guido, non una seconda città di manifattura se il retro dice anche in Urbino.

Copie più tarde e stato di conservazione

La domanda di istoriato nell’Ottocento produsse ceramiche di revival che copiano composizioni urbinati da piatti museali. La manifattura fiorentina di Ulisse Cantagalli negli anni 1880–90 si specializzò in riproduzioni di maiolica rinascimentale studiate al Bargello e a Londra. Ginori, dalla metà dell’Ottocento sotto Lorenzo Ginori Lisci, tenne una linea rinascimentale a invetriatura stannifera e recuperò persino la chimica del lustro per le ceramiche da esposizione. I pezzi di revival onesti portano spesso marchi di manifattura (il gallo di Cantagalli è l’esempio consueto). Le copie ingannevoli omettono quei marchi e aggiungono false diciture blu «Urbino» in una mano moderna arrotondata.

Prove pratiche: si confronti il disegno con una fonte pubblicata (stampa di Marcantonio, foglio degli Zuccari, tavola del corpus di Ballardini). Una copia ottocentesca può seguire la stampa più alla lettera di un pittore degli anni 1530 che la adattava. Si controlli il piede per un’invetriatura uniforme, non usurata, e per riempimenti di gesso all’orlo. La luce ultravioletta mostra le ridipinture su incarnati e cieli, le zone che i restauratori ritoccano per prime. Non si usi la «majolica» inglese vittoriana (invetriature piombifere colorate) come sinonimo; è un altro corpo.

Le note di conservazione che pesano sul valore più del romanzesco: scheggiature dell’orlo che attraversano l’invetriatura stannifera, crepe a stella da un vecchio urto, ridipintura nel cavetto, piede sostituito, e lustro che sta soltanto negli incavi. L’invetriatura stannifera del Cinquecento mostra spesso un craquelé fine e uniforme. Un bianco morto, piatto, senza pori, è più tipico dello smalto industriale più tardo.

FAQ

Come si presenta un vero marchio di bottega urbinate?

I testi di bottega superstiti sono manoscritti in blu sul retro, in forme di lettera del Cinquecento, spesso abbreviate: botega, fata in, in Urbino. I marchi stampati o a stencil, o un «Urbino 1525» nitido come un’incisione in capitali romane, sono più tardi. F.X.A.R. di Xanto e la formula del 1606 di Alfonso Patanazzi sono identificazioni di pittore. Nel Botega di Guido Durantino nomina una bottega, non un solo pennello.

Si può datare un pezzo dal solo soggetto?

No. Ovidio, la Bibbia e le stampe di scuola raffaellesca restano in uso da Nicola fino ai Patanazzi. Si data il sistema decorativo: istoriato a campo pieno (anni 1520–40), istoriato con una cornice a grottesche che cresce (da circa il 1560), poi ceramiche dominate dalle grottesche fino ai primi anni del Seicento. Si confermi con il testo del retro, se c’è.

Il lustro di Gubbio su un piatto di Urbino è una contraddizione?

No. I pittori urbinati, Xanto sopra tutti, inviavano o finivano piatti con lustro di tipo eugubino. Il Met cataloga alcuni oggetti come «Italian, Urbino with Gubbio luster». L’assenza del marchio di Maestro Giorgio accanto a una firma di Xanto è attesa.

Come vanno descritti i piatti non firmati alla maniera di Nicola?

Come istoriato urbinate, circa 1520–35, alla maniera di Nicola da Urbino, a meno che un catalogo specialistico non abbia assegnato il servizio (Correr, Isabella d’Este, Calini, Gonzaga–Paleologo). Cinque opere firmate sono una base piccola. Le pretese autografe troppo precise su piatti non firmati sono l’errore consueto di catalogo.

La data è l’accordo di argilla, invetriatura, forma, fonte grafica e retro. Se non concordano, prevale la prova più tarda.